Coronavirus, “fino a 100 volte più casi e immunità lontana”  

“I casi di Covid-19 in Lombardia, e in Italia in generale, sono almeno 10, ma probabilmente 100 volte superiori” a quelli dei bollettini ufficiali che “si riferiscono principalmente ai pazienti severi arrivati all’attenzione degli ospedali”. Carlo La Vecchia ed Eva Negri, gli epidemiologi dell’università Statale di Milano coordinatori dell’indagine Doxa che stima ‘il sommerso’ dell’epidemia di coronavirus Sars-CoV-2 nella Penisola, spiegano così all’AdnKronos Salute il significato delle stime effettuate in base alla ricerca, condotta dal 27 febbraio al 30 marzo indagando sui sintomi riconducibili a Covid dichiarati da un campione di mille abitanti della Penisola, rappresentativo della popolazione generale.  

Assumendo che “dal 7 marzo l’influenza non c’era più, e che quindi la maggior parte di questi sintomi sono ragionevolemente correlabili a Covid-19 mentre una parte può essere dovuta ad altri virus minori – afferma La Vecchia – abbiamo fatto due stime: che soltanto metà dei sintomi riferiti fossero dovuti a Covid, e quindi si arrivasse a circa 5 milioni di soggetti infetti in Italia e 1 mln in Lombardia, oppure che tutti o larga parte lo fossero, e quindi si arrivasse a 10 mln e 2 mln”. A questi numeri, però, “vanno aggiunti coloro che hanno fatto l’infezione in maniera totalmente asintomatica e che ovviamente non vengono colti”. Risultato: “Arriviamo a stimare che in Italia possano esserci 5, 10 o anche 20 milioni di infettati se gli asintomatici fossero molto numerosi”. 

“L’aspetto non particolarmente incoraggiante – osserva l’epidemiologo di UniMi – è che in tutte le stime fatte siamo comunque lontani dal raggiungimento dell’immunità naturale” e che “occorrerà ancora tempo per arrivare a zero casi”. 

“Con le possibilità di contagio che ha questo virus, pari a 2,2-2,6 (ogni soggetto infettato tende cioè a contagiarne altri 2,5 circa)”, precisa infatti La Vecchia, per raggiungere una condizione di immunità naturale occorrerebbe che facessero l’infezione “i due terzi della popolazione: in Italia 40 milioni su 60 mln. Noi arriviamo a stimare che possano esserci 5, 10, massimo 20 milioni di infettati e quindi siamo lontani”. Se dunque è vero che dopo le politiche di restrizione rigorosa adottate “ci dovrà essere un ‘poi'”, nel senso che bisognerà pianificare una riapertura, “la ripresa dovrà essere fatta con attenzione”, ammonisce lo scienziato. 

E’ pensabile che la letalità del coronavirus Sars-CoV2 possa essere in qualche modo ridimensionata alla luce degli scenari delineati? “Oggi viene calcolata sui casi gravi e appare estremamente alta”, riflette La Vecchia. “La letalità stimata nella popolazione generale, derivata dal caso della nave Diamond Princess, è pari a circa 1,25 su mille”. Se quindi avessimo 5 o 10 milioni di infettati le percentuali che tanto spaventano potrebbero essere diverse, anche se per l’epidemiologo “sostanzialmente la letalità dipende da come si riescono a gestiscono le polmoniti gravi”. 

“La settimana prossima – preannuncia Negri – dovremmo fare un’altra ‘tornata’, riponendo le stesse domande per aumentare il campione”. Al momento, conferma l’esperta, “la nostra indagine sembra confermare le stime dell’Imperial College di Londra”. 

“Una delle cose interessanti che abbiamo rilevato – evidenzia l’epidemiologa della Statale milanese – è che, sebbene sappiamo che tra i morti prevalgono gli anziani, la presenza di sintomi” riconducibili a Covid-19 appare in realtà “più consistente fra i giovani. Probabilmente anche perché hanno una vita mediamente più attiva e quindi più occasioni di infettarsi”. 

Quanto alla letalità di Sars-CoV-2, le stime del numero reale di infettati in Italia “la ridurrebbe di molto – ragiona Negri – Ora sembra così alta perché calcolata su casi accertati con tampone che sappiamo essere solo la punta dell’iceberg, essendo relativa solo ai casi più gravi. Se prendiamo per buona la stima più conservativa, ovvero un numero di contagiati 10 volte superiore, si dividerebbe per 10 anche la letalità”.  

Adnkronos

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