Il biologo Bucci: “Virus non è diventato più buono” 

Il nuovo coronavirus “non è diventato più buono” come alcuni esperti segnalano. “Può certo mutare, ma il cambiamento della composizione della popolazione ospedaliera non è evidenza sufficiente di alcuna mutazione”. Lo sottolinea Enrico Bucci, ricercatore in Biochimica e Biologia molecolare e professore alla Temple University di Philadelphia, in un post sul blog ‘Cattivi scienziati’. Bucci analizza i dati che potrebbero far pensare che Sars-CoV-2 sia mutato. “Va di moda sostenere in questi giorni che la malattia Covid-19 stia cambiando, con taluni che si spingono fino ad affermare che il virus sia mutato in una forma più benigna”, osserva il biologo che pubblica le dichiarazione di virologi e infettivologi contrati a questa posizione. “La comunità scientifica nazionale – afferma – si è espressa largamente in senso negativo contro l’ipotesi che si sia già verificata una transizione verso un ‘virus buono'”. 

“La base per sostenere questa teoria – ricorda Bucci – consiste nel cambiamento della popolazione osservata negli ospedali. Non solo l’ovvia diminuzione del numero totale di ricoverati, gravi e morti, ma soprattutto la presenza proporzionale sempre più elevata di forme lievi. Questo cambio della popolazione clinica non deve però trarre in inganno”, avverte il biologo. “Sebbene ogni possibilità sia realizzabile, dobbiamo esaminare le prove disponibili e tentare di spiegare ciò che osserviamo negli ospedali sulla base di ciò che effettivamente sappiamo. Cominciamo dall’esaminare l’ipotesi di una malattia più benigna, causata da un virus mutato verso una forma che induca sintomi meno gravi. Quali sono le prove necessarie per fare una simile affermazione? Abbiamo bisogno di isolare nei pazienti attuali il virus – precisa Bucci – effettuarne il sequenziamento, quindi confrontare le sequenze attuali con quelle delle forma più gravi di qualche tempo fa e scoprire una qualche differenza conservata nelle sequenze”. 

“I virus che portano questa differenza – continua lo scienziato – devono quindi essere testati su cellule polmonari umane (in vitro), o su animale, o anche devono essere ricercati in un campione ampio di popolazione, in modo che si possa dimostrare un’associazione diretta tra la mutazione eventualmente riscontrata e lo stato di patologia indotta. Disponiamo di queste prove?”, chiede il biologo. “Al momento non solo non ne disponiamo, ma addirittura abbiamo indicazioni che vanno nella direzione opposta: esistono molti ‘strain virali’, ma nessuno con differenze tali da potersi aspettare una qualche differenza nella patogenicità, né così diffuso da poter ipotizzare un cambio della malattia ad esso dovuto”.  

“E allora, cosa sta succedendo nei nostri ospedali?”. Per Bucci, “in realtà, nulla di davvero speciale. Per capirlo – spiega – possiamo guardare all’evoluzione nel tempo di un parametro che è stato invocato per giustificare il ‘cambio di malattia’: il rapporto giornaliero tra dimessi vivi e morti. Questo rapporto non è atteso rimanere costante, ma cambiare (verso un rapporto sempre più favorevole ai vivi e meno favorevole ai morti) per motivi di semplice dinamica della popolazione suscettibile”.  

“Superato il picco nel numero di ricoverati (e di morti), il rapporto giornaliero fra dimessi vivi e morti cambia sempre più a favore dei dimessi vivi – evidenzia il biologo – Qualitativamente, il discorso è molto semplice. Due condizioni, ciascuna di per sé sufficiente, spingono verso questo risultato: il fatto che chi guarisce esce dall’ospedale in media leggermente dopo di chi muore; e il fatto che gli ultra sessantacinquenni suscettibili muoiono di più”, che “significa che questa classe di età si esaurisce prima, ‘svuotando’ il serbatoio della maggior parte dei morti in fase iniziale, e incidendo via via sempre di meno al passar del tempo (effetto coorte, accentuato anche dal fatto che gli ultrassessantacinquenni suscettibili sono ora protetti molto di più di prima, svuotando ulteriormente il serbatoio principale di coloro che possono morire per il virus)”. 

In conclusione, “ragionamenti assolutamente analoghi in termini di dinamica di popolazioni con fasce di età di diversa suscettibilità possono essere fatti per esaminare i rapporti di qualunque popolazione ospedaliera: terapia intensiva, malati più o meno gravi, domiciliati eccetera – elenca Bucci – Non è necessario invocare nessuna causa aggiuntiva; il virus può certo mutare, ma il cambiamento della composizione della popolazione ospedaliera non è evidenza sufficiente di alcuna mutazione”.  

Adnkronos

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