20 Maggio 2020

Silvestri: “Lockdown inevitabile, ma ora vicini a catastrofe sociale” 

“In un contesto così drammatico”, come l’arrivo del ciclone Covid-19, “e in situazioni come quella italiana, il ‘lockdown’ era l’unica cosa che si potesse e si dovesse fare. Ma due mesi dopo, con una messe di nuovi dati a disposizione, a livello virologico, immunologico, medico ed epidemiologico, abbiamo il dovere di chiederci se la situazione attuale richieda ancora un tipo di intervento così potenzialmente distruttivo della nostra società”. Solleva una serie di interrogativi sul lungo lockdown attuato in Italia, e sui suoi effetti, il virologo Guido Silvestri, docente alla Emory University di Atlanta, in un lungo post su Facebook. Ricorrendo all’allegoria dell’Italia come “una barca che naviga tra due scogli”, Silvestri sostiene che “in questa fase della pandemia, è assolutamente necessario dare una brusca sterzata lontano dallo scoglio dei disastri economici, sociali, psicologici e sanitari causati dal lockdown, anche a costo di avvicinarsi allo ‘scoglio virus'”. 

Più di ogni altra cosa, secondo il virologo, “si deve sottolineare come, nel caso di una eventuale seconda ondata di Covid-19, non ci troveremmo più in una situazione di simile ignoranza ed impotenza di fronte al virus ed alla malattia, ed infatti saremmo molto più preparati a gestire la situazione, in un modo tale che un ritorno del virus sarebbe associato con tutta probabilità a livelli minori di morbidità e mortalità. Questo senza nemmeno contare il fatto che la prima ‘ondata’ di Covid-19 ha contribuito a creare un certo livello di immunità tra la popolazione. Di fronte a questo cambiamento di scenario ci si deve chiedere: fino a che punto gli interventi draconiani delle scorse settimane sarebbero necessari di fronte ad un nuovo incremento dei casi?”  

L’opinione dello scienziato è che “siamo ormai abbastanza lontani dalla scoglio del virus, mentre ci siamo pericolosamente avvicinati a quello della catastrofe sociale. Per come la vedo io, sul versante del virus ci siamo incartati in una narrativa di ‘worst-case scenarios’ epidemiologici, spesso con seri problemi metodologici, se non addirittura basati su calcoli sbagliati. Una narrativa che ci porta alla ricerca disperata del tanto agognato quanto inarrivabile ‘rischio zero’ nei confronti del virus, mentre ignoriamo rischi molto più gravi ed immediati nel versante della chiusura”.  

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